L’ État c’est moi

In Zoom by Paolo Lutteri

Aut: Paolo Lutteri

Ci occupiamo della cultura della manutenzione industriale, ma quando le redini della politica dimenticano la libertà, non si può fare a meno di esprimere un’opinione critica.
Lontani da Luigi XIV, ma sostanzialmente con le stesse idee, espresse o sottocoperta, i leader di certe nazioni ‘democratiche’ si erigono a gestire il potere esecutivo in modo autoritario e tecnocratico. Siccome non garba loro che il potere giudiziario sia vincolato a criteri di protezione morale, lo contestano. Quanto ai Parlamenti, siccome le procedure legislative sono burocratiche e lente, le sostituiscono con decreti di emergenza. La scienza è addomesticata. La tecnologia sembra neutrale, ma è solo uno strumento di chi ha lo scettro. Così si evocano sovranismo, autarchia e protezionismo.
Tra la gente gli adulatori interessati applaudono, come ipnotizzati dalle esternazioni di forza. Intanto il diritto civile e internazionale si disgrega, il multilateralismo non è condiviso, le contese aumentano. Contemporaneamente nascono scuole etiche di opportunità: nella complessità sociale vogliono affermarsi gli ideali delle lobbies di certi ricchi, perlopiù nella finanza e nell’industria digitale, ispirati da una morale conservatrice, no woke, no inclusione, no sindacati, no regolamenti etici, no giornalisti d’inchiesta, allergia alle tasse e dazi agli esterni. Sono le cupole oligarchiche che piacciono a Trump e che cercano di imporre i loro algoritmi e i percorsi di una comunicazione controllata. Tecno-autoritarismo? Sembra la caratteristica del nostro tempo.
Questa congiuntura è globale. La causa?
Siccome dal cielo non piovono influssi, la responsabilità resta umana, solo umana. Non abbiamo la coscienza pulita. I funzionari, alti e bassi, nelle istituzioni sono incapaci nel loro ruolo, se non corrotti. Tirano a campare, sfruttando un po’ di opulenza diffusa e di logiche pro-tempore. Curano il proprio benessere, adesso, non per l’avvenire. Chi pensa al futuro è circondato dallo stress quotidiano, e non riesce a vedere le tempeste all’orizzonte. Chi ha una coscienza imprenditoriale o semplicemente manageriale dovrebbe preoccuparsi, così come un qualsiasi capofamiglia.
Questa è la vita politica di oggi. Intanto l’industria tecnologica è scatenata e, approfittando di un re ‘ben vestito’, con i meccanismi dell’intelligenza artificiale, sta ribaltando le organizzazioni economiche e i costumi sociali. Programmi sociali che ci dicono come risolvere i problemi e far guadagnare i provider. Robot intelligenti, senza salario, che prenderanno il posto dei lavoratori. Ci saranno opportunità di passatempo per consumare i risparmi? Tutti sono collegati, e controllati, dal telefono. E’ questo il progresso?
Lo sviluppo della scienza e le innovazioni tecnologiche sono il motore della civiltà, ma non si può delegare alle macchine l’etica sociale. Né si possono lasciare a briglia sciolta leader egotici che vogliono dominare il mercato, accentrando in pochi oligopoli la finanza, le risorse energetiche, la soluzione dei problemi con algoritmi privati.
La crescita pluralistica dei mercati va regolata con Autorità di garanzia efficienti e indipendenti, nel rispetto dei poteri della democrazia (legislativo, esecutivo e giudiziario) e incoraggiando imprenditori industriali e commerciali verso una crescita del benessere comune. Ci sarebbe spazio per tutti, se le regole fossero rispettate.
Il mondo non è mai stato tranquillo, ma adesso molte parti sembrano vicine al collasso. C’è chi è impegnato a cercare le risposte ai punti di domanda. Le virtù non sono morte e, a guardar bene, il re, sotto, è nudo.

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