Il Muro del Debito

In Zoom by Paolo Lutteri

Aut: Giulio Pampuro

23 settembre 2023


Forse mai come oggi un governo in carica da meno di un anno vede frustrate gran parte delle sue promesse elettorali a causa della necessità di controllare il Debito Pubblico. Questo si eleva oggi al 145% del PIL ed è in salita a causa della decelerazione del PIL e dell’aumento dei tassi di interesse il cui costo previsto per il 2024 annulla le risorse previste per la nuova legge finanziaria. Prima di vedere se e dove è possibile reperire nuove risorse, è forse utile un breve excursus storico. Il muro del debito con il quali si sono scontrati i governi di ogni colore degli ultimi trent’anni è in fondo un fenomeno recente. Fino al 1980 il Debito Pubblico Italiano non superava la soglia del 60% del PIL (l’attuale mantra EU). Nel 1994 però era arrivato al 124%: più che raddoppiato in soli 14 anni! Sono gli anni della “Milano da bere”, quelli dei governi Andreotti e Craxi. In questi 14 anni abbiamo fatto di tutto nello stile “panem et circenses”: dalle baby pensioni alla neutralizzazione del fiscal drag, dai vari salvataggi dell’Alitalia alle casse integrazioni permanenti, inchiodando il Paese al passato senza curarci del suo futuro. Invece di aprirci alla concorrenza e spingere la produttività adottando misure solo temporanee di sostegno, abbiamo cercato di perennizzare il passato. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti. Tutte o quasi le grandi imprese sono state smantellate e/o vendute ad imprenditori esteri: solo per citarne alcune FIAT, Montedison, Olivetti, Finsider, Italcementi, Ansaldo, Pirelli.
Oggi la struttura industriale italiana è fatta sostanzialmente da medie e piccole imprese che operano al traino di grandi gruppi stranieri. Né, peraltro, siamo riusciti a creare “campioni europei” nei Servizi: abbiamo qualche presenza importante, ma ancora insufficiente, tra le banche, una compagnia assicurativa ed una società di telecomunicazioni oberata da debiti frutto di raid finanziari di quel poco glorioso periodo. Senza grandi imprese è impossibile avere un’economia forte ed uno stato moderno. Dal 1994 ad oggi il PIL è rimasto sostanzialmente fermo ed il debito è ulteriormente aumentato a seguito delle crisi del 2008 e 2011 e poi del COVID e della guerra in Ucraina. Da trent’anni non possiamo spendere per tenere a bada il debito pubblico e ciò non ci consente di correggere gli squilibri di base. Abbiamo un disperato bisogno di più Stato di qualità, di apparati di polizia giovani per controllare i territori, di investimenti massicci in infrastrutture, educazione e sanità. Il PNRR non basta perché molte delle spese da finanziare ​per i capitoli anzi detti non sono investimenti, ma spese ricorrenti di personale e dotazioni di consumo.
Credo sia arrivato il momento di ricreare abbondanti margini di manovra non tanto per soddisfare le discutibili promesse elettorali, ma soprattutto per rimuovere le cause di base del nostro ritardo ed avviarci finalmente sulla via della modernità. Per reperire risorse, credo sia inutile lanciare l’ennesima spending review o sperare in un maggior gettito dalla lotta all’evasione: entrambe le misure trovano il loro limite nell’impossibilità politica di scontentare consorterie varie e potenti gruppi di interesse: neanche i così detti governi tecnici ci sono riusciti dovendo fare i conti col Parlamento. Anche sperare in una lasca revisione delle regole europee è illusorio, perché sostanzialmente contrario agli interessi dei cittadini.
C’è però forse una strada finora non percorsa da tentare imitando il Giappone. Questo paese ha un debito pubblico pari ad oltre il 250% del PIL ed ha un rating A/A+, due gradini più alto di quello italiano. Il segreto sta in chi lo detiene: il 90 % del debito pubblico giapponese è detenuto da istituzioni finanziarie domestiche. In Italia ciò non sarebbe consigliabile per via della debolezza relativa delle nostre banche ed impossibile per via della normativa Europea. Credo però che i mercati ed i partner europei non vedrebbero affatto male una conversione forzosa di parte della ricchezza finanziaria italiana (circaa € 5.000 miliardi) in nuovi titoli di stato a zero coupon e scadenze lunghe, ciò che permetterebbe di alleggerire notevolmente il servizio del debito e migliorare il nostro rating. Una tale misura avrebbe anche il merito di redistribuire, almeno temporalmente, una parte della ricchezza. Occorre ovviamente approfondire le modalità tecniche per evitare fughe di capitali e, soprattutto, avere il coraggio politico di proporla, tenendo presente che, se fatta con cura, toccando una platea ampia dei cittadini e spiegandone trasparentemente le ragioni e gli obiettivi, potrebbe essere politicamente neutrale ed accettata. Al punto a cui siamo giunti, temo che se non lo decidiamo noi lo farà qualcun altro.
(Giulio Pampuro è Presidente del Collegio Sindacale della Fondazione Magnetto)

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