Nuovo allarme sul debito mondiale

In Zoom by Paolo Lutteri

Aut: Giulio Pampuro

Varie fonti recentemente hanno riportato dati sul debito pubblico (e non) mondiale, sollevando timori generalmente non suffragati da un’analisi delle cause e dei rimedi in corso.
Le ultime cifre viste parlano di un debito pubblico mondiale pari a $ 97 trilioni, ossia $ 97.000 miliardi. Cifra enorme. Se a questo sommiamo i debiti delle imprese private e dei cittadini saliamo a $ 307.000 miliardi.
Rispondo subito che, a fronteggiare queste cifre, esiste una ricchezza mondiale (soprattutto privata, ma anche pubblica, vedi i Fondi Sovrani)) stimata da varie fonti tra $ 450.000 e 550.000 miliardi, vale a dire almeno 1,5x l’ammontare del debito globale.
Seconda riflessione: che senso ha sommare debiti pubblici e privati? I privati, siano essi imprese o cittadini, rispondono dei loro debiti e, salvo eccezioni, non vanno a gravare sul debito pubblico. Se i privati non onorano i propri debiti falliscono o comunque sospendono i pagamenti di quanto dovuto impoverendo i creditori, ma finisce lì. Rari sono i casi di trasmissione della crisi al settore pubblico e per lo più in modo indiretto: fallimenti di grandi imprese (e conseguenti interventi di sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti nonché immissione di fondi pubblici per il rilancio dell’attività) e esplosione di bolle speculative tipo i “subprime” (e conseguenti interventi mirati di sostegno al settore finanziario privato).
La ricchezza tutta, privata e pubblica, è invece potenzialmente disponibile per il rimborso del debito pubblico. Se, e in che misura farlo dipende dalla politica, ma in linea di principio le due grandezze che si confrontano sono quindi $ 97.000 miliardi contro $ 450/550.000 miliardi, almeno 4,5x il debito pubblico.
Da quanto precede si evince che non è tanto l’ammontare del debito che deve spaventare quanto la sua evoluzione nel tempo. E qui l’ottimismo cede. Negli ultimi anni il debito pubblico non ha cessato di crescere e, in alcuni casi, ha addirittura accelerato la crescita. Non sono stati anni facili: prima l’emergenza Covid, poi la crisi delle materie prime, infine l’inflazione e le guerre. Fenomeni tutti che hanno richiesto crescenti spese pubbliche a sostegno della popolazione. La crescita del debito pubblico, però, non può non aver fine: Argentina docet. Organismi Sovranazionali (principalmente FMI e UE) intervengono a porre dei freni (casi di successo: Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia) e, laddove questo non basti, intervengono i mercati del credito e le agenzie di rating a dettare uno stop. Quando c’è un default, il paese in questione, sia esso preso in carico dal FMI o dalla UE, soffre per anni, riducendo la produzione di ricchezza e “pescando” nella ricchezza del settore privato.
Ci sono forse due eccezioni da analizzare più in dettaglio: Giappone e USA.
Il Giappone ha un debito pubblico pari ad oltre il 250% del PIL, è in continua crescita e gode di un rating elevato. Questo è dovuto alla forte propensione al risparmio dei Giapponesi ed al loro convinto nazionalismo che li spinge a canalizzare il risparmio sui titoli di debito dello Stato: c’è un tacito accordo tra Stato e cittadini: tu Stato ti occupi delle crescenti esigenze di welfare della popolazione e noi, cittadini, finanziamo indirettamente, tramite il sistema bancario, quanto spendi. In termini assoluti il debito pubblico ha raggiunto la cifra di $ 9.000 miliardi fronteggiata da una ricchezza nazionale pari a $23’000 miliardi.
Altra eccezione gli USA. Il debito pubblico federale ammonta a ca. $ 34.000 miliardi, a cui occorre sommare il debito degli Stati e dei Comuni pari a ca. $ 4’000 miliardi. Parliamo quindi di un totale pari a $ 38.000 miliardi, pari al 141% del PIL. Per confronto, la ricchezza nazionale ammonta a $ 140.000 miliardi, 3.7x l’ammontare del debito pubblico. Ciò detto, la dinamica del debito pubblico americano richiede attenzione: dal 2019 a oggi è aumentato del 50% (Covid, Guerre) ed il suo rating è in declino dal momento che 1/3 è detenuto da stranieri che incominciano a mostrare preoccupazione sulla capacità del sistema economico di servirlo. Dati gli impegni geopolitici del momento appare difficile che il Governo possa porre in atto ora misure effettive di contenimento, ma è necessario che sia sviluppata una strategia di lungo termine volta a correggere almeno la dinamica. A loro vantaggio gli Stati Uniti godono della “signoria monetaria” del dollaro che esprime il 90% delle transazioni internazionali, la principale valuta di riserva e la percezione diffusa di un suo ruolo quale riserva di valore in momenti di instabilità politica. Tutto ciò rende ancora gli Stati Uniti “un caso a parte” e probabilmente continuerà ad esserlo fintanto che riuscirà a mantenere il suo ruolo di potenza economica e militare dominante.
(Giulio Pampuro è Presidente del Collegio Sindacale della Fondazione Magnetto)

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