
Tecnostruttura e coscienza civica
Aut: Stefano Salvetti
Si parla da tempo di ridurre/eliminare le emissioni: saggio proposito per preservare il pianeta, ma l’inflazione verbale di propositi utopici crea uno stato di accomodante rimando: ci penseranno i nostri nipoti. Si allontana il calice amaro: non cambiare modo di vivere per risparmiare energia e non attivare tutte le risorse tecniche per trovare nuove fonti di energia tra cui la fusione nucleare se ciò ci costringe … alle domeniche a piedi, per esemplificare.
Perché ci si mette tanto a cambiare? Per due sostanziali motivi. Il primo è dato dal fatto che il vettore al cambiamento è il consenso popolare cioè la volontà della collettività di prendere atto che così non si può andare avanti. Purtroppo il problema è che se da un lato positivamente si alza il livello di coscienza, dall’altro, negativamente, non si vogliono modificare le abitudini al consumo ed il modo di vita e si rimanda. Più forte ancora è il vettore antagonista: chi ha investito migliaia di miliardi, ad esempio, in una raffineria o fabbrica di motori diesel, si aspetta un ritorno del capitale investito in un’ottica ventennale e sarà portato a frenare il cambiamento.
Non diamo giudizi etici come sarebbe il caso dell’azienda farmaceutica che scopre una nuova e forse salvifica molecola contro una malattia, ma non la lancia perché il prodotto precedente si vende ancora bene e ritarda la distribuzione per i propri interessi. Noi qui osserviamo, senza giudicare, le compagnie petrolifere che finanziano studi faziosi ed eticamente non corretti per avvalorare i propri interessi: queste fake news contribuiscono al fondamento del negazionismo. Qui enucleiamo solo il fatto che la transizione è lenta perché il consenso al cambiamento offerto alla classe politica è ondivago (va bene finché non mi obbliga a cambiare stile di vita) ed il carico vettoriale avverso della Tecnostruttura è forte.
Che fare?
Noi siamo manutentori del mondo e quello che possiamo suggerire alla classe politica sono dei mezzi orientati al fine. Il fine è la riduzione delle emissioni. Noi suggeriamo di adottare nell’attesa che il ciclo diventi virtuoso le migliori tecniche. Cito solo qualche esempio rimandando una trattazione sistematica ad un prossimo scritto. La battuta: spegnete la luce quando uscite dalla stanza, sembra un consiglio di Nonna Papera, ma pensate a quanti video dei PC restano accesi durante la notte e quanti grattacieli restano illuminati per ragioni di immagine ed avete già una prima approssimazione del beneficio.
Ora la domanda è: può questo essere solo il frutto del buon senso civico di fare la raccolta differenziata o vanno utilizzati strumenti di legge per accelerare la transizione? La goccia fa il mare, ma noi crediamo e lo crediamo veramente che la spinta vera arriverà con la rotazione dei capitali, quando cioè per obbligo di certificazione le Aziende saranno costrette ad investire nella riduzione di emissioni e quando i governi sovvenzioneranno le ricerche nella tecnologia. Partendo cioè da una solida coscienza civica del cittadino si arriverà ad una Tecnostruttura che guadagna nell’investire nelle energie verdi e troverà più conveniente disinvestire dalle fossili.
Secondo noi in conclusione: quando alle best practices di risparmio, alleate alla coscienza civica, si aggiungerà la riconversione della Tecnostruttura a usare energie alternative, per interessi e per legge, allora la transizione vera arriverà. Nel frattempo noi manutentori useremmo le migliori tecnologie per accelerare il cambiamento: questo è il nostro ruolo ed il nostro contributo.
Stefano Salvetti, Presidente Fondazione Salvetti
